San Cosma e Damiano - Palermo da vedere

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Visita Chiesa di San Cosma e San Damiano


un po' di tradizione
  
Durante la pestilenza del 1575 il Senato cittadino fece ricorso all'intercessione di vari Santi e in particolare del taumaturgo San Rocco, che proteggeva da quel terribile flagello. In tale circostanza la Deputazione della Sanità, non disponendo dì altri rimedi efficaci, fece voto di edificare in onore di San Rocco, protettore contro la peste, una chiesa nel quartiere di Seralcadi, dove con maggiore virulenza si era diffuso il morbo. In seguito, per adempiere al voto, si scelse il giardino dì Galeazzo di Bernardo nella contrada chiamata "Dilla", sulla sponda del Papireto, già allora in gran parte prosciugato. Nel 1576 il presidente del Regno, don Carlo d'Aragona, principe di Castelvetrano, gettò la prima pietra del nuovo edificio che sorgeva su iniziativa della Deputazione della Sanità. La chiesa fu compiuta nel 1604 e in quello stesso anno fu concessa alla confraternita di San Rocco, di antica fondazione cinquecentesca, che vi trasportò ti famoso dipinto di "Palermo liberata dalla peste" opera del fiammingo Simone de Wobreck (1576), commissionato a suo tempo dalla stessa confraternita. In una seconda fase vi si insediò la confraternita dei Santi Cosma e Damiano del ceto dei barbieri, costretta a lasciare la propria chiesa dell'Albergheria per la costruzione della sacrestia di Casa Professa. Nella nuova chiesa i confrati si trasferirono portando, come normalmente avveniva a quei tempi, le spoglie dei confrati defunti, gli arredi liturgici, gli stendardi e il prezioso gruppo statuario raffigurante i due Santi titolari, protettori dei medici in ragione delle numerose guarigioni operate grazie alla loro intercessione. A partire da allora la chiesa, smettendo l'antica denominazione di San Rocco, fu intitolata ai due fratelli Santi, rimanendo in pieno possesso della confraternita di San Cosma e Damiano, la quale però si assunse l'obbligo, una volta l'anno, di fare "uscire' da questa chiesa la processione di San Rocco. Nel tempo sopravvenne un altro cambiamento: quando i Frati francescani furono costretti a lasciare la loro chiesa e convento della Maddalena nel quartiere di San Giacomo, dovendosi munire quel quartiere militare, dal viceré cardinale Trivulzio ebbero assegnata questa chiesa del Capo, alla quale aggregarono il convento di loro fondazione che costituisce l'imponente prospetto meridionale della chiesa, un fronte di grave monumentalità, segnato da un robusto ordine di lesene. L'interno, a pianta basilicale a tre navate con cappelle parietali, sprigiona un senso di spazialità rinascimentale nella fuga delle otto colonne in pietra con capitello toscano e alto piedistallo, a sostegno degli archi centrici che rendono più leggero e armonico l'intero complesso. Negli anni Settanta la chiesa, spogliata di tutti gli arredi e sconsacrata, passava di proprietà dell'Accademia di Belle Arti, che l'ha usata per qualche anno, fino a quando un reale o presunto stato di pericolo l'ha resa inagibile. Ancora oggi è chiusa e in attesa di un restauro sempre 'in itinere". Quanto alle opere d'arte che possedeva, le più cospicue sono state trasferite al Museo Diocesano, tra cui la pregevolissima tavola cinquecentesca dell'altare maggiore, "Palermo liberata dalla peste" di Simone de Wobreck, cui si è fatto cenno all'inizio. La maestosa tavola, commissionata come ex voto per la scampata peste del 1575, intendeva lasciare ricordo della processione svoltasi nel corso dell'epidemia che, grazie all'intervento dei Santi Rocco, Sebastiano, Cristina e Ninfa, che avevano impetrato la grazia per la città e sono raffigurati nel dipinto, era stata liberata dal terribile flagello. E infatti il dipinto sembra riecheggiare alla lettera, in modo impressionante, le stesse parole del Diario di Filippo Partita che in data 7 ottobre 1575, così annotava: «Venerdì ad ora l di notte usci lo Crocifisso della Madre chiesa. E lo detto Crocifisso andao sopra un carro con una croce lunga palmi 35 e fu una grandissima processione, cosa che allo mundo non si è mai fata. Ci foro li Bianchi e tutte l'altre Compagnie e Fratite ed una grandissima processione di luminarie». Difatti, nella parte inferiore del dipinto, dominato in alto dalla figura dell'Onnipotente, si vede questa straordinaria processione che esce dal maggior tempio palermitano, seguita da nobili ed ecclesiastici con le torce accese e dai fratelli incappucciati della nobile Compagnia dei Bianchi. In basso, nell'angolo sinistro, compare anche, coi viso rivolto verso lo spettatore, il presidente del Regno, don Carlo d'Aragona, duca di Terranova, uno dei fondatori della storica confraternita di San Rocco. La processione ha come sfondo la veduta della cattedrale e del palazzo arcivescovile visti dal piano della Badia Nuova, come a seguire testualmente le annotazioni del Paruta: «E la detta processione fu fatta passare per davanti della Badia Nuova». Altro gioiello posseduto un tempo da questa chiesa era il paliotto architettonico in argento sbalzato e cesellato, inciso e dorato, datato "1728", dí argentiere palermitano ignoto, che oggi costituisce uno dei pezzi più preziosi del Museo Diocesano. Alla chiusura della chiesa, la confraternita dei Santi Cosma e Damiano si trasferì nella parrocchia di Santippolito nella via del Capo: di tale permanenza è rimasto ricordo nelle due pregevoli sculture lignee dei Santi Cosma e Damiano, gli stessi simulacri che per tanti secoli, nella festività del 26 settembre, venivano portati in processione solenne. Cosma e Damiano erano due fratelli gemelli, entrambi medici, soprannominati "anargiri" perché prestavano la loro opera gratuitamente. Vissuti durante l'impero di Massimìno, i due Santi furono vittime di quelle persecuzioni e subirono il martirio nel 287 nella città dì Aga, in Gilicia. Le loro reliquie e le loro icone divennero subìto una fonte abbondante di guarigione. Le due statue lignee cinquecentesche di grande pregio artistico che oggi ammiriamo sopra un altare della chiesa di Sant'Ippolito al Capo furono, nei secoli scorsi, protagoniste dì una singolare processione: venivano portate di corsa attraverso le vie cittadine causando non pochi incidenti, al punto che le autorità ecclesiastiche finirono col proibire tale manifestazione. Ricercando le origini della curiosa consuetudine, Giuseppe Pitré narra come questo modo di fare sfilare i Santi fosse dovuto al fatto che, al tempo della peste, venivano portati in processione e, al loro passaggio, gli ammalati prodi-giosamente guarivano. Allora, per fare guarire il maggior numero di infermi, era invalsa l'usanza di condurre le statue più in fretta possibile... Anche l'architetto francese Leon De  Fournay rimase stupefatto da questa singolare consuetudine che conobbe in occasione del festino di Santa Rosalia del l789, e nei sui Diari annotà che  « questi due Santi avevano il privilegio di correre anziché camminare: era una vera baldoria, i confrati correvano avanti gridando e ballando e portavano delle brocche con acqua che secondo una loro credenza aveva la virtù di rendere feconde le donne. Così molte di esse seguivano la "vara" e correvano anche loro ». Oggi la devozione verso i due Santi medici sopravvive nella borgata marinara dì Sferravacallo, dove esiste una chiesa intitolata ai loro nomi: l'ultima domenica di settembre torna a rivivere l'antica tradizione tutta palermitana della corsa delle statue dei due Santi - che furono anche protettori dei pescatori e dei marinai - in ricordo dei primo martirio subito, ovvero l'annegamento in mare, dal quale però uscirono sani e salvi.  

Tratto da un depliant della chiesa di Cosma e Damiano
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