Acchianata 2011 - Palermo da vedere

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Tradizioni di Palermo
A 'juta a Muntipiddirinu 2011

percorso per il santuario e panorama della città

percorso per il belvedere e panorama costiero

A 'juta a Muntipiddirinu — così i Palermitani sono soliti chiamare l'annuale pellegrinaggio al santuario sul monte — sino a qualche decennio fa, per i cittadini della felice capitale dell'Isola, costituiva un avvenimento straordinario le cui componenti fondamentali, oltre al sentimento religioso, erano anche un certo spirito sportivo e il gusto dell'avventura.

Sin da quando la vergine giovinetta Rosalia Sinibaldi, prendendo l'occasione della peste che nel 1624 imperversava in città, era riuscita ad essere aggiunta alle quattro sante protettrici di Palermo «con originali e concomitanti prodigi» riuscendo addirittura a soppiantare Santa Cristina «non senza slealtà» - come argutamente ha scritto Leonardo Sciascia - «con scherzi degni più dell'Olimpo degli dèi falsi e bugiardi che della rosa dei beati», ogni anno, la notte sul 4 settembre, ricorrenza della morte della Santa, il popolo palermitano si reca sul monte, per lo più a piedi, percorrendo l'antica via, detta «la scala», che il Senato palermitano, dopo il rinvenimento delle presunte ossa della Santa, aveva fatto costruire lungo uno degli accessi naturali del monte.

Al santuario un tempo si andava a piedi per «devozione», ma anche perché molto costoso era prendere a nolo un asino presso gli «sciccara» che stazionavano all'imbocco della salita Castellana, più comunemente conosciuta con il nome di «acchianata di lapicu 'u mulu».

Con l'entrata in funzione della nuova rotabile avvenuta verso il 1920, il carretto siciliano, riccamente addobbato per l'occasione, costituì il nuovo mezzo di trasporto. Soltanto coloro che avevano fatto qualche voto particolare o che ritenevano di dover risciacquare la loro coscienza per qualche peccatuccìo commesso, continuarono a salire sul monte attraverso la vecchia «scala», a piedi scalzi e con un cero in mano.

Il giorno successivo al pellegrinaggio, non v'era carretto in città che non fosse adorno con le caratteristiche bandierine policrome che testimoniavano della «missione compiuta». Al santuario si andava anche in altre circostanze, per portare un ex voto oppure per motivi turistici. Non ci fu infatti viaggiatore straniero che avesse dimenticato di fare una sia pur fugace visita al monte della «Santuzza», programmando la escursione nel suo itinerario ed appuntando infine le sue impressioni nel libro di viaggi.

In verità, al santuario si recava, di tanto in tanto, il Senato palermitano (così chiamavasi allora la civica amministrazione) ed anche lo stesso Viceré. Non a piedi, si intende, che la dignità della carica e gli acciacchi dell'età avanzata non lo consentivano, ma condotti su sfarzose portantine; così, anche se la fatica era minore, la «devozione» rimaneva la stessa, almeno ufficialmente.

Giunta nella spianata che si estendeva dinanzi alla grotta-santuario, la gente del popolo vi trascorreva all'addiaccio l'intera notte, mangiando, bevendo, cantando, urlando, con le inevitabili intemperanze di qualcuno che alla «devozione» per la Santa univa anche quella al pagano dio Bacco. Al mattino, venivano spalancate le porte del santuario, dove soltanto pochi riuscivano a penetrare, avevano luogo le funzioni religiose e, quando il sole era già alto, si ridiscendeva in città. Con l'avvento dell'automobile e la sempre crescente motorizzazione, il pellegrinaggio venne a perdere la sua caratteristica originaria e, in conseguenza, cambiò anche l'aspetto del vasto piazzale che si estendeva dinanzi al santuario. Scomparve la spianata pavimentata con basole ed acciottolato che con forte pendio raccordava l'ingresso della grotta alla vecchia strada, sostituita da un grande scalone. La chiesa e l'annesso corpo di fabbrica, che possedevano la bellezza di tutte le cose semplici, vennero esternamente decorate ad intonaco con una accozzaglia di elementi architettonici di vario stile e di dubbio gusto.

Né oggi, sul monte, incontreremo più le greggi seguite dai caprai che, all'inizio del secolo, vide W. A. Paton. «Strani esseri dall'aspetto innaturale, simili a satiri - osservò il viaggiatore americano -. Potevamo quasi fantasticare che Sileno fosse uno di quelli, vecchio dalla barba squallida e con l'epa d'apparenza punto siciliana. Si poteva immaginare che tutti quanti di quella strana compagnia, se vi fosse stato lo stesso Pan a suonare la zampogna, si sarebbero mossi a danzare e roteare via via per le rupi in mezzo a viti e felci, secondo lo stile di loro antica stirpe, prima che i santi cristiani cacciassero gli dèi pagani da Palermo e mettessero in fuga le deità dei monti e delle selve».

Tratto da Rosario La Duca

 
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